Duomo di Portogruaro, 1 Febbraio 2026
Prima che una parola venga pronunciata, c’è un silenzio che la precede. È il silenzio dell’alba, quando il mondo non ha ancora deciso chi deve vincere e chi perdere, quando le cose sono semplicemente lì, offerte. In quel silenzio Gesù sale il monte. E sedendosi, con l’autorità del maestro che insegna con amore, sembra dire che la verità non ha fretta e che Dio non irrompe mai ma sempre e soltanto dimora.
Le Beatitudini nascono così: non come un discorso, ma come una respirazione profonda della storia. Sono parole che non cercano consenso, perché conoscono la sete segreta dell’uomo. Parole che non si difendono, perché sanno di essere necessarie. Come una musica che affiora lentamente dal silenzio e non lo spezza, ma lo rende abitabile.
Ascoltandole, si ha l’impressione che il mondo venga finalmente guardato con occhi veri. Non quelli del calcolo, non quelli del giudizio, ma quelli della compassione che riconosce. E in quell’istante fragile e luminoso, ciò che appariva scarto diventa promessa, ciò che sembrava perdita si rivela soglia, ciò che era peso comincia a farsi canto.
Davanti al Messia non ci sono i forti, né i sazi, né i sicuri. Ci sono volti segnati dalla fatica di ogni tempo, dalla povertà di ieri e di oggi, dall’attesa del cuore di tutti. Tutti noi, tutti, siamo seduti su quel monte, stanchi e sfiniti, bisognosi di ascoltare il Maestro che ci risponde con una parola scandalosa: beati. Beati non perché tutto va bene. Beati non perché il dolore scompare. Beati dentro una realtà che resta fragile, ferita, incompiuta. Le Beatitudini non sono una morale da rispettare, ma una rivelazione da accogliere: dicono dove Dio ha scelto di abitare.
In questa domenica, la Parola ci conduce in questo contesto, in questo territorio che non ama il rumore. Anche Paolo, nella seconda lettura, lo ribadisce con forza disarmante: Dio non ha scelto ciò che è sapiente secondo il mondo, ma ciò che è debole; non ciò che appare, ma ciò che è nulla. È come se il Vangelo oggi ci chiedesse di disimparare: di lasciare cadere le categorie con cui misuriamo il successo, la felicità, persino la fede.
Qui oggi, sorprendentemente, può aiutarci la musica. L’austriaco Franz Liszt nel 1859 compone l’Oratorio “Christus”, al suo interno la sezione Die Seligpreisungen “Le Beatitudini”. Ascoltando questa composizione ci si accorge che la musica non irrompe: ma si avvicina e medita. È una musica che sembra inginocchiarsi prima ancora di suonare. Ascoltandola, si ha l’impressione che le Beatitudini non vengano dette dall’alto di un pulpito, ma sussurrate dall’interno del cuore umano. Come il Vangelo di oggi, anche questa musica sembra dirci che Dio non ama le superfici lucide: preferisce le crepe, perché è lì che passa la luce e ci chiede una cosa sola: fidarci di una felicità diversa. Una felicità che non coincide con l’efficienza, con la forza, con l’apparire. Una felicità fragile, esposta, ma reale.
Forse le Beatitudini non vanno capite. Vanno ascoltate e basta. Come si ascolta una musica che scende lentamente nel cuore e, senza fare rumore, ci cambia. E allora, su questo monte discreto del Vangelo, lasciamo che Gesù ci guardi. Non per giudicare ciò che siamo, ma per chiamare ciò che possiamo diventare. Beati, non perché perfetti, ma perché amati. Già, ora.
E così, quando Gesù termina di parlare il mondo si rende conto che nulla potrà essere più come prima benché non cambi volto all’istante. I poveri restano poveri, i perseguitati restano esposti, i miti non conquistano i titoli dei giornali. Ma le Beatitudini, scolpite in eterno nel cuore del mondo gli hanno annunciato che può essere libero dalla sua falsa interpretazione. Se il mondo dice: felici i vincenti, il Vangelo risponde: felici i veri. Se egli dice: felici i forti, il Vangelo sussurra: felici gli aperti. Il mondo corre, accumula, consuma; le Beatitudini si fermano e dicono: guarda meglio. E quante volte non ci accorgiamo di questo, di questa novità della beatitudine, quante volte anzi la sbeffeggiamo, non ci crediamo, la fuggiamo, la critichiamo, la banalizziamo. Tante volte proprio perché abbiamo paura di essere disinnescati, di essere finalmente e veramente liberi. Perché è uno scandalo sottile, quello delle Beatitudini. Non urla contro il mondo: lo smaschera con dolcezza. Gli toglie le armature, gli specchi deformanti, le promesse che non mantengono. E sotto, finalmente, appare l’uomo com’è davvero: affamato di senso, assetato di luce, stanco di fingere.
Anche Die Seligpreisungen di Liszt, alla fine, non esplode. Si ritrae. Come se la musica avesse capito che, giunta a questo punto, non deve più dire, ma lasciare spazio. È in quel silenzio che si compie la rivelazione: la beatitudine non è evasione dalla realtà, ma il suo svelamento più profondo. Non è l’oppio dei deboli, ma il respiro dei liberi. Perché le Beatitudini liberano, ci fanno respirare con una commozione che non si può spiegare perché ci restituiscono il diritto di essere umani, fragili, incompiuti e proprio per questo abitabili da Dio. Il mondo ha sete di questa parola. Una sete antica, ostinata, spesso inconfessata o sconfessata. Una sete che prova a placare con il potere, con il possesso, con il rumore. Ma resta sete. Disperata. E ogni volta che le Beatitudini vengono pronunciate davvero, vissute anche solo un poco, quella sete viene chiamata per nome.
Allora forse oggi, in questa IV Domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo non ci chiede di essere eroi delle Beatitudini, ma testimoni della loro possibilità. Gente che, pur tra mille contraddizioni, lascia intravedere che un altro modo di abitare il mondo esiste. Che la felicità non è una conquista, ma una rivelazione. Che la luce non viene dall’alto dei podi, ma dalle profondità condivise. E mentre scendiamo dal monte, con ancora nelle orecchie l’eco di quelle parole impossibili eppure vere, accade il miracolo più grande: ci accorgiamo che non siamo soli nel desiderarle. Che il mondo intero, anche quando le rifiuta, le attende. Le attende come si attende l’alba dopo una notte troppo lunga.
Beati, allora, coloro che osano vivere così. Non perché il mondo li applaudirà, ma perché, senza saperlo, gli offriranno ciò di cui ha più bisogno: la sua interpretazione più luminosa. Quella per cui, da sempre, ha sete. Disperatamente.
Don Matteo Borghetto
Christus, Oratorio di Franz Lizst
6.- Die Seligpreisungen –
Le Beatitudini in Latino
Beati pauperes spiritu,quoniam
ipsorum est regnum caelorum.
Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati, qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati, qui esuriunt et sitiunt justitiam,
quoniam ipsi saturabuntur.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati misericordes, quoniam ipsi misericordiam consequentur.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati, qui persecutionem patiuntur propter justitiam,
quoniam ipsorum est regnum caelorum.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
