Mons. Cav. GIOVANNI BATTISTA TITOLO
(1870 — 1938)

Settantuno anni fa, il 27 settembre 1938, Portogruaro pian­geva l’improvvisa scomparsa di mons. Giovanni Battista Titolo, da 26 anni arciprete del Duomo di Sant’Andrea, figura ben no­ta in tutta la diocesi, per le sue distinte qualità. Canonico ono­rario, cavaliere della Corona d’Italia, era considerato il sacerdote più preparato per la risoluzione delle questioni giuridiche della diocesi.

Mons. Titolo era nato a Castelnuovo del Friuli il 17 ottobre 1870. Entrato in Seminario a Portogruaro, aveva percorso con onore gli studi e il 16 aprile 1893 riceveva la consacrazione sa­cerdotale.

Dopo essere stato per qualche mese destinato in via provvi­soria a Giai della Siega, a sostituire quel curato, fu per cinque anni cappellano a Vigonovo; nel marzo 1898 venne nominato curato-abate a San Michele al Tagliamento, quindi — ottenuta dal 19 settembre 1903 l’erezione della curazia in parrocchia -fu confermato quale parroco-abate. Non ci sono testimonianze storiche dell’esistenza di alcuna abbazia nel territorio di San Michele, ed il Degani ritiene il titolo derivato dalla consuetudi­ne di chiamare con tale nominativo il curato delle famiglie no­bili, quando non era né parroco né cappellano.

Il 31 ottobre 1912 fu investito della. prebenda arcipretale di Sant’Andrea e nel 1913 nominato vicario foraneo, incarico da cui si dimise, per motivi di salute, solo quattro mesi prima di concludere il suo cammino terreno.

Monsignore era dottore in diritto canonico (1911), segreta­rio-ispettore della Congregazione primaria della Dottrina Cristiana fin dalla sua istituzione (1914) e Officiale del Tribunale diocesano (1919), membro della Commissione di disciplina del Seminario, Esaminatore Sinodale e Presidente della Commis­sione diocesana d’Arte sacra. Per il suo patriottismo schietto e leale, oltre che per varie benemerenze civili, ebbe dal Governo l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia. Subito dopo la fine del Primo conflitto mondiale fu delegato provinciale del Patronato per gli orfani di guerra (riuscì ad istituire nella Città del Lemene una Biblioteca loro riservata), fondò l’Asilo Infanti­le “Calasanzio” e la Scuola di Lavoro femminile annessa allo stesso. La stampa Io citò quale “esempio mirabile di fede e di altruismo, che dedica la vita all’educazione — col mezzo del la­voro — dei figli del popolo”. La scuola ottenne, nel 1925, una medaglia d’oro dall’Esposizione Nazionale per i lavori degli Orfani di guerra, con sede a Roma.

Fu definito “sacerdote integerrimo, di animo aperto, di bella e acuta intelligenza, e dotato di una vasta ed eletta cultura lette­raria ed artistica“. Poiché nessuno è perfetto, è bene sottolineare che sembra non sia stato molto diligente in qualità di ammini­stratore; infatti, alla sua scomparsa mons. Lozer scrisse in una relazione: “Sí deve deplorare che abbia lasciato confusa e defi­ciente l’amministrazione dell’Asilo Infantile San Giuseppe Cala­sanzio da lui aperto…», ed inoltre, “L’archivio parrocchiale era sparso…”. E’ impensabile che fosse in grado di far tutto da so­lo, perciò riteniamo che, più che altro, non abbia attuato i con­trolli del caso sugli incaricati da lui preposti nei vari incarichi, eppoi si sa che le persone geniali raramente sono ordinate.

Nel 1922 condusse per conto del Capitolo Cattedrale, a Roma, un’azione diplomatica che coinvolse parlamentari ed alti prelati per un ultimo colpo di coda tendente ad impedire il trasferimento del Seminario a Pordenone ed, in subordine, per impedire l’alienazione della vecchia sede. Anche in seguito ma­nifestò irremovibile opposizione, anche in nome del clero della “bassa” (mandamento di Portogruaro) sul trasporto del Semi­nario da Portogruaro a Pordenone. Nel 1927, a trasferimento avvenuto, propose di dividere il Seminario in due, il maggiore e il minore: uno rimaneva a Pordenone e l’altro ritornava a Por­togruaro. Per questo arrivò anche ad uno scontro col vescovo mons. Paulini e con la Curia, per aver anche convertito il Semi­narietto in asilo infantile da lui gestito, con rivendicazione dei diritti sullo stabile quale arciprete di Sant’Andrea di Portogrua­ro. Alla fine venne trovato un accordo e fissato un fitto annuo di 3300 lire da corrispondere alla direzione del Seminario di Pordenone.

Della sua attività va ricordata l’opera svolta a San Michele per la costruzione della nuova chiesa. La vecchia fu demolita in­sieme al campanile per far posto alla chiesa nuova, progettata dall’arch. Girolamo d’Aronco e terminata nel 1900 (il successo­re di don Titolo, il vigonovese don Nicola Nadin, l’abbellì con il ricco pavimento e gli altari, tra cui quel maggiore opera dello scultore Francesco Ellero di Latisana). A Portogruaro, come già detto, vanno ricordate: l’apertura dell’Asilo infantile e della Scuola di Lavoro, oltre alla magnifica decorazione del Duomo, ad iniziare dalla Cappella del Santissimo su progetto del prof. Domenico Rupolo di Caneva e del ben noto pittore Tiburzio Donadon, originario di Motta di Livenza, ma residente in dio­cesi. Fecero seguito il restauro della Cappella della Vergine del­la Salute e via via del resto degli interni, al verificarsi delle nuo­ve disponibilità finanziarie, create con capacità ed abilità.

Uomo di gran fede, in grado di comprendere i problemi e ricevere le confidenze più intime, mons. Titolo prese sempre di petto i nemici della Chiesa, fin dagli anni a cavallo del XX se­colo. L’allora giovane e battagliero sacerdote entrò più volte in polemica con i liberali ed i socialisti, senza mancare, nello stesso tempo, di indicare al clero un atteggiamento prudente ed esor­tarlo ad affrontare le lotte con l’indispensabile preparazione re­ligiosa e culturale: i preti attendano ai doveri del loro ministe­ro e studino”, perché il loro “lavoro” è particolare, fatto di riti, ma anche di insegnamento, di relazioni, di testimonianza, di e­sempio di vita. Raccomandava insistentemente l’applicazione nello studio a giovani e meno giovani che incontrava nel corso delle frequenti visite alle parrocchie, per verificare la prepara­zione nella Dottrina Cristiana.

Negli ultimi anni soffrì di disturbi cardiaci e la morte lo colse all’improvviso; il giorno antecedente alla sua dipartita ce­lebrò, infatti, la messa in camera, avendone il privilegio quale canonico. Lasciò i suoi beni a dei nipoti orfani e altri piccoli le­gati all’Asilo Calasanzio, di cui deteneva la presidenza dalla fondazione, ed all’Ente comunale Opere di Assistenza.

Volle esser sepolto a Pasian di Prato, accanto alle spoglie della madre.

Dai carteggi esaminati emerge come nessun portogruarese abbia difeso gli interessi della città in maniera più convinta di mons. Titolo: meriterebbe di essere ricordato con una pubblica determinazione.

Gianni Strasiotto