GIOVANNI MARTINI
(1470-75 CA. – 1535)

 Presentazione di Gesù al Tempio

2 Febbraio 1513 – 2013

Dal catalogo della mostra: RINASCIMENTO TRA VENETO E FRIULI 1450 – 1550

Giovanni Martini - Presentazione di Gesù al tempio Il 20 Aprile 1512, nell’oratorio del Santissimo Corpo di Cristo, un sarto di nome Domenico, gastaldo della scuola intitolata alla Vergine della Ceriola, stipulava con Giovanni Martini il contratto per l’esecuzione di una pala destinata all’altare della confraternita situato in Sant’Andrea; il pittore, che nel contratto viene definito “habitator” in Portogruaro (ed è quindi ragionevole pensare si trovasse già in città, forse per eseguire un altro incarico), si impegnava a realizzare per 50 ducati un dipinto “pulchrum et laudabile”, e consegnava l’opera in tempo per la festività della Purificazione dell’anno suc­cessivo, il 2 febbraio 1513 (ASTv, Notarile, I serie, b. 392, fasc. VIII, cc. 22r-v). I registri di spesa della scuola documentano diversi restauri del dipinto, nel 1569, nel 1722 e 1771, e di nuovo nel 1794, quando gli altari di Sant’An­drea furono spostati nella chiesa di San Francesco (dal 1770 sede del Capitolo della Cattedrale di Concordia) in vista della ricostruzione del duomo, e le dimensioni della pala vennero quindi modificate con un primo intervento sulla cornice originale e sulla tela. In questa sede – prima di essere nuovamente trasferita nel coro di Sant’Andrea, nel 1833 – la vedranno Girolamo de Renaldis e Fabio di Maniago: dalle poche righe dedicate al dipinto nelle loro opere prenderà così avvio un equivoco sulla provenienza della pala destinato a trascinarsi fino agli studi più recen­ti. La temporanea presenza della tela in San Francesco ha fatto sì che la chiesa venisse quindi considerata per lungo tempo il luogo di collocazione originaria della Presentazione, a partire da Giovanni Battista Cavalcaselle, che appunterà nel suo taccuino: “Dalla soppressa chiesa di San Francesco un quadro di Martini ora portato nel Duomo ed appeso alla parete del coro in cattivo stato di conservazione tutto annerito e pieno di macchie […]”. Il riferimento dello stesso autore a una “antica cornice con ornato di legno, opera pure che deve uscire dalla bottega di Giovanni Martini“, unito all’accenno alle spese per legname e doratura contenuto del contratto di commit­tenza, conferma l’idea che lo stesso artista – la cui attivi­tà di intagliatore prevaleva ormai, nella fase avanzata della sua carriera, su quella pittorica – abbia realizzato anche l’altare ligneo che racchiudeva la pala. Fu proba­bilmente durante l’intervento del 1794 che, dopo aver ridotto le dimensioni di questa cornice, la tela venne rifi­lata nella parte inferiore, mentre una fascia dipinta, seguita da una decorazione a finto marmo, fu aggiunta sul tavolato ligneo sottostante, per allungare il motivo a scacchiera del pavimento. Come si legge nel cartellino, l’opera fu poi nuovamente restaurata da Luigi Andreuzzi nel 1865: perduto l’altare ligneo originale, il dipinto – ripiegato ai lati – sarà quindi inquadrato in un nuova cor­nice dorata; parte della tela del rifodero eseguito in que­sta stessa occasione verrà invece inchiodata sul tavolato per nascondere parzialmente l’aggiunta settecentesca, lasciando scoperta solo la fascia a finto marmo. Nel 1960 sarà Nevino Stradiotto a stendere sopra l’ultima parte di tavolato ancora visibile una nuova striscia di tela di 42 cm, prolungando così il disegno a scacchiera in una sin­golare accelerazione prospettica.

Attorno al centro narrativo e compositivo – il Bambino sospeso sopra l’altare e aggrappato al manto della madre – i personaggi si distribuiscono ai lati della cappella con volta a crociera, divisi tra figure maschili e femminili. Se alla presenza della Vergine corrisponde quella dell’anzia­no Giuseppe in primo piano, così anche i coadiutori del Sacerdote sulla destra bilanciano le due ancelle con il cesto e le tortore sulla sinistra, riprese persino nei colori delle vesti dalla Presentazione di Gesù al Tempio (1510) di Vittore Carpaccio, ora alle Gallerie dell’Accademia di Venezia; al profeta Simeone (il cui personaggio, come spesso accade in opere di analogo soggetto, si sovrappone e confonde con quello del sacerdote del Tempio di Gerusalemme) corrisponde invece la donna a sinistra, anche questa in atto di preghiera: l’identificazione con la profetessa Anna non è tuttavia scontata, data la giovane età che caratterizza la figura, in contrasto con l’anziana vedova descritta in Luca e negli apocrifi.

Il Vangelo lucano (2, 22-40) combina nell’episodio della Presentazione al Tempio due distinti usi ebraici, il riscatto del primogenito e la purificazione della madre. Le torto­re offerte dalle ancelle in primo piano sono l’offerta che, come prescritto dalla legge mosaica (Lv.- 12, 1-8), Maria porta al Tempio di Gerusalemme per la propria purifica­zione, dopo quaranta giorni dalla nascita del figlio. Fino alla riforma del Concilio Vaticano II la data del 2 febbra­io, quarantesimo giorno dopo Natale, era infatti riserva­ta alla festa mariana detta Purificazione della Vergine, Candelora o Ceriola, dal nome della cerimonia di benedi­zione dei ceri che si svolgeva lo stesso giorno. L’episodio evangelico della Presentazione al Tempio era quindi inevita­bilmente legato, nella prassi devozionale e liturgica della chiesa preconciliare, a questa specifica declinazione del culto mariano; la confraternita di Portogruaro intitolata alla Vergine della Ceriola, che curava il decoro dell’altare (nel vecchio duomo, il terzo sulla destra, fra l’altare del Crocifisso e quello dell’Immacolata) e che commissionò il dipinto, si occupava infatti anche della distribuzione di ceri ed elemosine durante la festività del 2 febbraio.

Francesca Borgo

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Data 1512-1513

Tecnica, Misure

olio su tela, cm 381 x 285

Collocazione

Portogruaro, duomo di Sant’Andrea, altare Maggiore

Provenienza

Portogruaro, duomo di Sant’Andrea, altare della Vergine della Ceriola

Iscrizioni

JOHANNES MARTINENSIS FRIULANUS / FACIEBAT / AL TE[M]PO DI [DOMENICO] DE M[AESTRO] AGNOLO / SARTOR G[ASTALDO] FENITA ADI P[RI]MO / FEBRARO M[DXIII] / L. ANDREUZZI REST[A]URO 1865

Restauri

1794, Gregorio Orlandi; 1865, Luigi Andreuzzi; 1960, Nevino Stradiotto; 2004, LAAR; 2008, Zattin & Restano

BIBLIOGRAFIA

VASARI 1568 (ed. Milanesi 1878-1885), p. 104; V, DE RENALDIS 1798, p. 15; DI MANIAGO 1891 (ed. 1999), pp. 129­130; ZAMBALDI 1840, p. 264; POGNICI 1872, pp. 325-326; CAVALCASELLE 1876 (ed. 1973), p. 131; CROWE, CAVALCA-SELLE 1912 (ed. 2004-2006), p. 77; MAGNI 1923, III, p. 216; ZAMBALDI, BELLI 1923, p. 175; BESSONE AURELJ 1928, p. 417; PELICELLI 1930, XXIV, p. 177; COLETTI 1934, p. 448; DE MARCHI 1944, p. 28; GALETTI, CAMESASCA 1951, p. 1154; MARCHETTI, NICOLETTI 1956, p. 72; BERENSON 1957, I, p. 111; MARCHETTI 1959a, p. 172; SEDRAN 1962, pp. 20-21; PIZZIN 1961, pp. 3-4; ZOVATTO 1965, p. 73; BERGAMINI PONTA 1970, pp. 30-32; Rizzi 1976a, p. 45; DEGANI 1977, pp. 292; ORTIS 1976-1977, pp. 51-57; SEDRAN 1977, pp. 44-45; RIZZI 1979b, p. 140; RIZZI 1979c, pp. 136-137; TEMPESTINI 1979b, p. 78; BERGAMINI 1980, p. 1623; SEDRAN 1981, pp. 36-37; CARGNELUTTI 1981-1982, pp. 57-58 e 170-173; AVAGNINA GOSTOLI 1984, pp. 184-185; DAL MORO, MORO 1984, pp. 147; LEVI 1983, p. 282-283; BERGAMINI, TAVANO 1984, p. 336; TEMPESTINI 1985, p. 36; BERGAMINI 1986, p. 47; RIZZI 1986, pp. 24-25; CASADIO 1987, p. 703; FURLAN 1987b, p. 223; CASADIO 1990, p. 758; FOSSALUZZA 1996, p.

76; PINNI 1999, p. 42; CASADIO 2002-2004, p. 659; FANZAGO 2004, pp. 48-49; COSMA 2008, p. 231; FRANCESCUTTI 2008a, p. 162; BORGO 2009, pp. 223-243; FRANCESCUTTI 2009, pp. 189, 193, 196; MAJOLI 2009, pp. 247-253; POLDI 2009, pp. 205; BERGAMINI 2010, pp. 120-122, 202, 220-221.